domenica 8 dicembre 2019

TARGA PRESIDIO DI LEGALITA' 




Dopo l'inaugurazione, avvenuta il 30 novembre, al cancello della Scuola di Via Mincio 4 di Rozzano e all'ingresso del locale riservato, è stata apposta la targa del "Presidio di Legalità" dedicato a Paolo Borsellino ed agli agenti della scorta vittime della strage del 19 luglio 1992 in Via D'Amelio a Palermo : Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi e Claudio Traina.
L’Istituto Comprensivo, ed in particolare gli spazi destinati della scuola Primaria di Via Mincio, rappresenterà un punto di riferimento di incontro per mostre, dibattiti, convegni, laboratori artistici, discussioni anche aperti al territorio; iniziative, queste, suggerite e/o promosse dall’Associazione Peppino Impastato e Adriana Castelli Milano; attraverso il coinvolgimento degli studenti e dei docenti.
Viene ospitata una mostra permanente di fumetti dedicata alla lotta alla mafia, oltre ad una biblioteca dedicata al tema della cultura della legalità, da condividere on line con l’Istituto Comprensivo e la rete delle biblioteche.
Il Presidio di Legalità rappresenterà un punto d’incontro tra gli studenti e l’Associazione ed il Territorio, uno spazio di formazione dei docenti (aperto anche ad altri istituti del territorio) intorno alle tematiche relative alla lotta alle mafie e divenire occasione per impegnarsi in attività di volontariato e di supporto ad iniziative culturali.



sabato 7 dicembre 2019







OMAGGIO A LEA GAROFALO

Verniciata questa mattina una panchina di Piazza Prealpi di rosso, simbolo di memoria contro la violenza sulle donne, con una targa che ricorderà alla testimone di giustizia e vittima della 'ndrangheta Lea Garofalo. Il 24 novembre di 10 anni fa Lea Garofalo, testimone di giustizia dal 2002, veniva rapita nell’appartamento di piazza Prealpi 2, a Milano. (*)
Inaugurazione alle ore 16:00
Iniziativa della Sezione Anpi Codè - Montagnani Marelli

PROTEGGIAMO I TESTIMONI DI GIUSTIZIA DA VIVI!
Denise, la figlia di Lea, è stata parte civile nel processo contro il padre ed è sotto protezione da anni. Nel processo ha testimoniato e accusato gli assassini di sua madre.
Carmine Venturino, ex fidanzato di Denise, ha detto che Carlo Cosco (il compagno di Lea) voleva uccidere anche Denise.

XXXXXXXXXXXXXXXXX

(*) Il 24 novembre di 10 anni fa Lea Garofalo, testimone di giustizia dal 2002, veniva rapita nell’appartamento di piazza Prealpi, a Milano.
Venne torturata, uccisa strangolandola per punirla della sua scelta di prendere le distanze dalla ‘ndrangheta e collaborare.
Il suo corpo venne dato alle fiamme in un bidone della benzina in un magazzino vicino a Monza.
“La bastarda se ne è accorta".
La "bastarda" era Lea Garofalo, calabrese, la prima pentita della 'ndrangheta al nord.
Fu lei, senza venire creduta, ad alzare il velo sugli affari dei clan guidati da suo marito, Carlo Cosco, a Milano.
Racconta Carmine Venturino, picciotto al soldo del clan Cosco, ex fidanzato di Denise (la figlia di Lea) che ha portato con Curcio il corpo di Lea in un magazzino vicino Monza:
C'era un fusto di quelli che si usano per la benzina, lo spostiamo, lo mettiamo in una zona coperta, apriamo lo scatolo e rovesciamo il cadavere nel fusto e gli diamo fuoco.
Il cadavere bruciava lentamente. Allora Curcio ha preso dei bancali di legno, ha messo il corpo in mezzo e gli ha dato fuoco di nuovo. In quel modo la testa si era consumata ma restavano il busto e metà delle cosce. Faceva fumo, si sentiva puzzo di bruciata, io sono stato tutto il tempo con il naso coperto, l odore era fortissimo. Mentre bruciava il corpo per accelerare la distruzione spaccavamo le ossa con un badile.Quando abbiamo deciso di andare via abbiamo scavato una piccola fossettina e abbiamo lasciato quel che restava in questa fossettina qua. Abbiamo messo una lamiera sopra. La sera sono tornato sul posto con Vito Cosco, abbiamo comprato ancora della benzina.>Quando sono rientrato Cosco Vito aveva rovesciato il contenuto del fusto in una carriola e sistemato della legna nel fusto, quando il fuoco era abbastanza preso abbiamo prima rovesciato il contenuto poi Cosco Vito ha preso con i guanti il cadavere e lo ha messo nel fusto.
A quel punto il corpo è andato via immediatamente. La parte che si vedeva di più era il bacino, abbiamo fatto un altro buco col badile, abbiamo lasciato il corpo acceso e siamo andati via perché iniziava a piovere. Il giorno dopo abbiamo messo gli avanzi in un tombino"
Denise, in prima fila, tace ascoltando l'orrore. Anche quando Venturino racconta che dopo sua madre Lea, suo padre voleva ammazzare anche lei, quando ebbe il dubbio che anche lei stesse collaborando. "Denise diceva che suo padre doveva marcire in galera, era sempre stata consapevole che era stao suo padre a ammazzare sua madre. E credo che in cuore suo sapesse anche che ero coinvolto anche io".
A raccontarlo è stato uno degli uomini che distrusse il suo corpo, in un magazzino alle porte di Monza: Carmine Venturino, picciotto al soldo del clan Cosco, nell'aula della corte d'assise d'appello, alla presenza degli imputati e di Denise, la figlia di Lea.
“É è un giorno difficile perchè dovrò di nuovo autoaccusarmi di avere concorso nell'omicidio della mamma di Denise che è la persona che occupa il primo posto nel mio cuore", ha esordito il pentito, che pochi mesi dopo allacciò un rapporto con la figlia della sua vittima.
Info tratte da http://www.ilgiornale.it/news/cronache/delitto-lea-garofalo-pentito-mentre-bruciava-spaccavamo-ossa-905800.html
……………………………………….
Il 2 giugno 2019 dal carcere di Opera Vito Cosco condannato all’ergastolo per l’omicidio e la distruzione del cadavere di Lea Garofalo in concorso con il fratello Carlo, compagno di Lea Garofalo, Rosario Curcio, Massimo Sabatino e Carmine Venturino, ha deciso di raccontare la verità sull’omicidio consumato il 24 novembre 2009.
Però all’interno dello scritto, il pentito continua a negare di aver attirato in trappola e ucciso assieme al fratello Lea Garofalo, in un appartamento in piazza Prealpi a Milano, ammettendo solo di aver aiutato Carlo Cosco a occultare il cadavere, trovato nel 2012 in un capannone a Monza.
La Corte di Cassazione motivando la conferma della condanna all’ergastolo, ha scritto: "lungi dall’avere avuto un ruolo marginale, rappresenta l’alter ego del fratello Carlo col quale ha condiviso le scelte, partecipando alle riunioni organizzative". I due fratelli furono gli "esecutori materiali" di un omicidio premeditato, per punire la donna che aveva scelto di prendere le distanze dalla ’Ndrangheta e dal compagno, portando con sè in Lombardia la figlia Denise.”
Info da http://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/229-ndrangheta/74734-omicidio-lea-garofalo-dieci-anni-dopo-si-pente-il-killer.html